Politici e tecnici: una difficile convivenza – Prof.ssa Elsa Fornero

In una prospettiva socio-politica, il sistema pensionistico è ed è stato terreno di scontro non solo sociale ma anche generazionale. E’ diventato il luogo preferito delle promesse elettorali, dove una politica miope non si è accorta e non ha valutato ponderatamente le grandi trasformazioni demografiche ed economiche, rispetto agli interessi di medio-lungo periodo del Paese, in quanto proiettata esclusivamente alla ricerca e creazione di un consenso politico, che ha portato alla segmentazione sociale e all’attribuzione di privilegi.

Il processo di riforma di questo sistema, avviato per cercare di rispondere ai cambiamenti strutturali della demografia e dell’economia, è stato avviato in tutta Europa per cercare di rendere più equilibrato e sostenibile il “contratto tra generazioni” sul quale esso poggia. Tale processo ha interessato anche l’Italia, in misura molto più lenta e con la connotazione ad agire in emergenza.

Nella necessità di ideare ed attuare un riforma in questo campo, dunque, il compito della politica, sostiene la Prof.ssa Elsa Fornero,  autrice di Chi ha paura delle riforme. Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni  “deve essere quello di rispettare i requisiti di un buon sistema pensionistico”, ossia: l’offrire un’adeguata sicurezza economica nell’età anziana, garantendo un reddito socialmente sostenibile e in grado di consentire una vecchiaia dignitosa; nonché fare in modo che possa essere finanziariamente sostenibile, ovvero rispettare l’equilibrio tra entrate contributive e uscite per il pagamento delle pensioni. “Si potrebbe dire, senza paradosso, che la migliore riforma pensionistica ancora da fare è far funzionare meglio il mercato del lavoro”, ha scritto la prof.ssa Fornero, che ha sempre avuto presente l’orizzonte delle nuove generazioni.

Le riforme vengono spesso realizzate in situazioni difficili per approvarle e condividerle, in quanto comportano dei mutamenti che dispiegano i loro effetti nel tempo, nel tentativo di far funzionare un complesso sistema giuridico, economico, sociale e istituzionale allo scopo di adattarlo alle esigenze di rinnovamento, altrimenti i problemi non risolti si accumulano e indeboliscono l’economia e la società.

E’ però sempre necessario contestualizzare il momento in cui vengono emanate, tenendo conto anche della flessibilità di sistema, in grado di adattarsi ai cambiamenti strutturali di natura demografica, tecnologica ed economico-sociale del mondo di oggi. 

In momenti difficili per il nostro Paese, ma anche per l’intera Europa, attraversati da crisi economiche e sociali che minano la sicurezza di ognuno, dibattere con estrema ponderazione sulla sostenibilità di un sistema pensionistico correlato ad un mercato del lavoro che fatica a funzionare è una necessità che richiede figure intellettuali dotate di adeguato profilo professionale.

La Prof.ssa Elsa Fornero ha accolto il nostro invito ad offrire una propria riflessione sugli scenari  politici ed economici di questi anni, che l’hanno vista protagonista di scelte importanti. Le interessanti riflessioni riportate nel suo ultimo libro meritano un’adeguata attenzione che rimandiamo ai nostri lettori.

Ringraziamo la Prof.ssa Elsa Fornero, per aver voluto condividere con la nostra Associazione la sua analisi di economista e accademica, su una tematica molto sentita nel nostro Paese, inviandoci un suo contributo tratto dall’ultima fatica letteraria.

 

Guglielmo Picciuto – Segretario Nazionale Associazione Sicurezza “Cum Grano Salis”

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Delle molte letture che si possono dare della storia dell’Italia repubblicana, una delle più plausibili è quella di una corsa a ostacoli a realizzare riforme, un affannoso tentativo di adeguare il paese a un’Europa e a un mondo che non aspettano: dalla riforma agraria che cancellò il latifondo negli anni Cinquanta, alle riforme scolastica, sanitaria, fiscale, previdenziale, fino alle grandi riforme dei diritti civili.

Dall’esperienza italiana giunge una conferma che l’introduzione del nuovo non è mai universalmente piacevole, sicché non sono stati rari i casi di colpi di coda, retromarce o veri e propri capovolgimenti a opera dei nemici del cambiamento, dei «conservatori» (intesi in senso intellettuale, non partitico) o semplicemente di chi trae vantaggio dallo status quo.

Introdurre le riforme è normalmente compito delle forze politiche, specificamente del Governo e del Parlamento. Il loro ruolo è fondamentale per collegare gli elementi tecnici delle riforme ai valori che esse stesse rappresentano, e per recepire spinte e controspinte provenienti dalla base della società. In questo schema «normale» di riforma, i tecnici hanno un compito sicuramente cruciale ma secondario: a loro tocca infatti tradurre in normative concrete e attuabili le istanze della politica, poiché sono (o dovrebbero essere) più dei politici in grado di quantificare le conseguenze delle riforme nelle varie ipotesi possibili. Nell’Italia del XXI secolo i tecnici hanno rivestito un ruolo sempre più rilevante per la complessità crescente della presenza pubblica nell’economia e, non a caso, i ministri economici sono sempre più frequentemente dei tecnici e non dei politici. Un governo composto unicamente di tecnici, con il mandato preciso di introdurre riforme per superare una situazione di emergenza finanziaria da superare, appare invece come qualcosa di assolutamente eccezionale.

Questa fu l’eccezionalità del «governo dei tecnici» italiano del 2011. Un governo nato per introdurre riforme ritenute necessarie, in un quadro in cui le forze politiche da un lato non erano considerate credibili da parte dei mercati, chiamati a rifinanziare con pesanti interventi il debito pubblico, e dall’altro si dimostravano incapaci di esprimere un consenso politico di fondo. Il governo dei tecnici (detto «governo tecnocratico» dagli anglosassoni) potrebbe sembrare difficilmente conciliabile con la democrazia. In realtà questa «conciliazione» si realizzò in Italia, a seguito di un passo indietro della politica e quindi con l’accettazione da parte dei due maggiori partiti dell’epoca (il Partito Democratico e il Popolo delle Libertà) della necessità di procedere a riforme che nessuno dei due sentiva come proprie e che entrambi accettavano con la riserva mentale di modificarle in seguito (smorzandole o annullandone gli effetti ritenuti meno accettabili per le rispettive basi elettorali).

Le due riforme di questo Governo – delle pensioni e del lavoro – furono entrambe approvate da amplissime maggioranze che erano, però, maggioranze riluttanti, non certo convinte, tranne pochi gruppi di ambedue gli schieramenti, di quanto stavano facendo. In questo quadro, il messaggio positivo, che sempre dovrebbe accompagnare una riforma per renderla «viva» nella società, non trovò risonanza nella discussione e quasi subito le due riforme – ma soprattutto quella pensionistica, che incideva sui piani di vita di milioni di famiglie italiane – furono messe sul banco degli imputati, anche in aperta contraddizione con tutto quanto era stato in precedenza detto e scritto sulla loro urgente necessità.

Proprio perché introdotte per far fronte a un’emergenza, le riforme del governo dei tecnici avrebbero avuto bisogno dell’ampia opera di illustrazione e raccolta di proposte migliorative da parte della società civile, normalmente compiuta dai partiti. In generale le riforme realizzate in emergenza consistono di una pars destruens di breve periodo, che comporta un peggioramento nella condizione di un gran numero di cittadini, e di una pars construens di periodo medio-lungo, che provoca, grazie a un consolidamento strutturale della finanza pubblica, effetti positivi ampi e molto diffusi. Nel caso della riforma previdenziale, tali effetti positivi consistevano soprattutto in una diversa credibilità delle promesse pensionistiche, mentre, nel caso della riforma del lavoro, in una maggiore e migliore occupazione. Obiettivo comune di entrambe era quello di eliminare i vantaggi che le fasce di popolazione di età media e medio-alta si erano spesso quasi inconsapevolmente – attribuite nel corso dei decenni e puntare quindi all’eguaglianza (o quanto meno a una minore diseguaglianza) generazionale, dando ai giovani, gravati dal debito dei padri, maggiori opportunità di vita. Il tutto avrebbe richiesto un discorso articolato che presentasse ai cittadini il quadro complessivo, sottolineando lo scambio tra sacrifici presenti e benefici futuri.

Le cose, però, non andarono così, proprio per l’intrinseco «malumore» dei due maggiori partiti nei confronti del governo e perché, in ogni caso, la legislatura era ormai nella sua fase terminale e ben presto si instaurò un clima da campagna elettorale. Neppure i media si mossero in questa direzione, preferendo – pur con alcune eccezioni – il sensazionalismo degli effetti immediati, anche se negativi, con cui suscitare l’attenzione impaurita di lettori e telespettatori, a una visione più bilanciata che avrebbe potuto dare maggior spazio agli effetti di lungo periodo. Soprattutto per la riforma pensionistica, si sarebbe inoltre dovuto tener conto della carenza di conoscenze di base non solo di gran parte del pubblico ma anche di una parte non piccola del mondo politico. In particolare, una spiegazione dei meccanismi che indirizzano la riforma pensionistica verso l’equità avrebbe richiesto la conoscenza di qualche nozione tecnica come la capitalizzazione e lo sconto, normalmente al di fuori del bagaglio del cittadino medio.

Nell’autunno 2011 non era chiaro all’opinione pubblica italiana che i «diritti acquisiti» hanno assai poco valore se l’economia non produce le risorse per soddisfarli. Né era chiaro che il tempo del lavoro e il tempo della pensione sono due facce della stessa medaglia, che ciò non esclude la solidarietà e neppure che la permanenza al lavoro dei più anziani non sottrae, di per sé, posti di lavoro ai giovani, come spesso si ritiene. Il ragionamento, errato, circa il «numero fisso di posti di lavoro» da distribuire tra i lavoratori (peraltro spesso dimenticando «le lavoratrici») non tiene conto dell’effetto moltiplicatore del reddito di coloro che si ritiene dovrebbero andare in pensione: dotati di una maggiore capacità di spesa rispetto ai giovani che li sostituirebbero, i più anziani alimentano una maggiore domanda complessiva che favorisce l’accesso dei giovani al lavoro. Inoltre lo Stato non deve erogare la pensione all’anziano che resta sul posto di lavoro e quindi può dedicare quella somma a investimenti e sgravi fiscali che aumentano la domanda di lavoro e consentono l’assunzione dei giovani. A conferma di ciò, le statistiche OCSE/Eurostat mostrano chiaramente che i paesi nei quali il tasso di attività degli anziani è più alto – e pertanto l’età media di pensionamento è più elevata – sono anche quelli con il più alto tasso di occupazione dei giovani e delle donne. Ancora più convincente è l’evidenza fornita dalla correlazione positiva tra la creazione di nuovi posti di lavoro per i giovani e per gli anziani: se vi fosse «sostituzione» all’aumento degli uni corrisponderebbe la riduzione degli altri, mentre i dati mostrano che quando i posti di lavoro crescono, e ciò avviene soltanto con la crescita dell’economia, l’aumento riguarda entrambe le fasce di età. Per il nostro paese, la Banca d’Italia, nella sua Relazione annuale per il 2016 mostra un legame (lievemente) positivo tra la variazione del tasso di occupazione dei giovani (15-34) e quello degli anziani (55- 69) per il periodo 2004-2016, nonostante si tratti di anni di crisi, nei quali è ovviamente più difficile far crescere i posti di lavoro.

L’impostazione va perciò rovesciata: anziché cercare di distribuire l’occupazione che c’è, occorre domandarsi quali siano le caratteristiche di un mercato del lavoro inclusivo e dinamico – ossia tale da impiegare il maggior numero possibile di lavoratori, ovviamente in buona salute – e quali siano le politiche in grado di realizzarlo. Si eviterebbe così un pregiudizio negativo che genera ostilità verso le riforme, oscurandone l’obiettivo di riequilibrio intergenerazionale.

*Prof.ssa Elsa Fornero

Tratto da “Chi ha paure delle riforme. Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni” di Elsa Fornero, Egea, 2018.

*Elsa Fornero, economista e accademica, è professore ordinario di Economia politica presso l’Università di Torino, dove insegna Macroeconomia, Economia Pubblica e Economics of Savings and Pensions.  È coordinatore scientifico del CeRP (Center for Research on Pensions and Welfare Policies), progetto congiunto dell’Università di Torino e della Compagnia di San Paolo presso il Collegio Carlo Alberto di Torino.  Ha ricoperto diversi incarichi istituzionali anche a livello internazionale, tra cui: membro della commissione di esperti valutatori presso la World Bank (2003-2004), membro del Comitato Scientifico di Confindustria (2005-2006), membro del Consiglio direttivo della Società Italiana degli Economisti (2005-2007).  Dal 16 novembre del 2011 al 28 aprile 2013 è stata Ministro del Welfare con delega per le Pari Opportunità nel governo guidato da Mario Monti.  Il suo nome è legato alla riforma del sistema pensionistico varata durante quella legislatura.

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