Forze di Polizia più democratiche ed apparati meno corporativi*

Ieri è stato un giorno molto triste per il personale che indossa un’uniforme!

Era dai tempi dei processi del G8 di Genova che non si provavano sensazioni così negative ed un senso di smarrimento molto profondo!

Leggere, oggi, sui mass media, le dichiarazioni rilasciate da un carabiniere durante il processo Cucchi, che ripercorrono alcune fasi degli ultimi giorni di vita di questo ragazzo e fanno emergere la presunta violenza inaudita perpetrata da altri colleghi ai danni dello stesso, ha fatto accapponare la pelle ed indignare profondamente non solo il cittadino comune, ma anche  molti appartenenti alle forze dell’ordine che con grande senso di responsabilità ed in una cornice di legalità e di rispetto delle regole, svolgono il proprio lavoro ogni giorno.

Questo modo di agire da parte di alcuni appartenenti alle Forze di Polizia, se confermato dai processi in atto, non può che condurre in un punto molto basso il nostro modo di essere e del modo di concepire il lavoro del “Poliziotto” e non può certamente permettere alle nostre coscienze di accettare, senza ribellarsi, che ciò possa accadere di nuovo.

In queste ore, in molti cercano di capire il perché di certe gesta, che ai più appaiono profondamente sbagliate e da condannare fermamente, senza lasciare a chi le ha commesse, neppur la minima possibilità di appello.

La difesa a spada tratta di certe azioni, solo per un senso di frustrazione, di appartenenza o, ancor peggio, per uno sterile corporativismo non può e non deve essere accettato, nemmeno concettualmente, perchè la naturale conseguenza consisterà inevitabilmente nel far passare un messaggio estremamente deleterio, non solo all’interno degli apparati, ma anche verso l’opinione pubblica.

In molti si chiedono in queste ore quale possa essere il motivo che può portare una persona che ha giurato di servire la patria e di dedicare la propria vita alla difesa della collettività ed al rispetto delle leggi, quindi anche dei più deboli (ed un arrestato o un fermato, in quel momento lo è in ogni caso a prescindere da ciò che ha commesso), a compiere certe azioni così violente e prive di umanità?

Un senso di frustrazione? Un pensiero distorto di concepire il proprio mestiere? Semplici sfoghi che nascondono un forte malessere? Reminiscenze di una sub cultura autoritaria?

Qualcuno, infatti, tende ancora oggi ad affermare che nei Corpi di Polizia esista una specie di sub cultura che si mescola a forme di cameratismo e di autoritarismo.

Facciamo fatica a crederci, ovvero ci auguriamo fermamente che non sia proprio così.

Ci rendiamo conto, invece, che il processo di democratizzazione dei Corpi di Polizia non è  ancora perfezionato, né giuridicamente né tantomeno concettualmente e culturalmente – nonostante nel corso degli anni si sia fatto molto in questa direzione – per fare in modo che si realizzi quella piena formazione democratica all’interno degli apparati della sicurezza.

Il cittadino, a prescindere dal ceto al quale appartiene, vuole avere la certezza di essere tutelato da forze dell’ordine libere ed equilibrate, che siano un vero e sicuro presidio democratico per tutta la collettività, che riflettano prima di agire e compiere azioni, ma soprattutto che forniscano un senso di elevata affidabilità.

Non possono essere prese come esimenti, verso questi comportamenti profondamente deviati, pertanto, né la mancanza di certezza della pena prevista per coloro che si macchiano di reati, né tantomeno la tanto fragile e discussa certezza delle regole d’ingaggio che connotano il difficile lavoro degli appartenenti alle Forze dell’ordine, perché seppur costituiscono un serio problema da affrontare, proprio per garantire sia l’incolumità degli operatori, sia la sicurezza reale per i cittadini onesti, appaiono decontestualizzate rispetto a certi gravi accadimenti.

In altre parole, quello che appare evidente, è il bisogno di una rinnovato approccio alle questioni legate alla sicurezza ed al ruolo degli operatori, di un processo culturale che conduca verso nuove mete, anche al fine di ottenere che gli stessi vivano e lavorino in contesti più democratici e caratterizzati da equilibrio e “buon senso”, ma soprattutto scevri da uno sterile e dannoso corporativismo.

Eliseo Taverna

Delegato Co.Ce.R. GdF e Segretario Generale Associazione Sicurezza Cum Grano Salis

One thought on “Forze di Polizia più democratiche ed apparati meno corporativi*

  1. Condivido pienamente quanto citato nell’articolo, ed aggiungo che il processo di democratizzazione interna, a mio parere, dovrà passare necessariamente anche attraverso una revisione dell’apparato sicurezza che preveda necessariamente la smilitarizzazione di tutte le FFPP, in quanto temo che un’organizzazione di tipo militare, se pur dotata di organizzazioni sindacali indipendenti, tenderà comunque ad avere un assetto più corporativistico e meno propenso alla trasparenza rispetto ad una organizzazione di tipo civile.

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