Le tutele per il personale militare passano inevitabilmente per il riconoscimento della libertà sindacale.*

Al giorno d’oggi siamo letteralmente sommersi da notizie.

Notizie utili ma anche futili alle quali è sempre più difficile attribuire il peso ed il tempo che meritano.

Tuttavia, ve n’è una sulla quale, a mio avviso, vale la pena soffermarsi.

E’ la recente pubblicazione delle conclusioni alle quali è pervenuta la quarta Commissione Parlamentare di inchiesta o, più correttamente, le quattro Commissioni Parlamentari d’inchiesta che si sono succedute nel tempo, le quali, partendo dai casi di morte e di gravi malattie contratte dai nostri militari impegnati nei Balcani, hanno allargato il raggio di indagine, investigando, in un percorso di analisi condiviso, alcuni aspetti del mondo militare precedentemente velati.

Le risultanze alle quali è pervenuto l’organo parlamentare di indagine, appaiono sconvolgenti.

Dalla lettura della stessa sembra emerge un quadro desolante in cui i nostri militari inviati all’estero in teatri problematici e non certo al riparo delle mura di qualche comoda ambasciata, non sarebbero stati informati dei pericoli esistenti nello scenario di immissione. Non sapevano cioè se in quel delicato scacchiere fossero stati utilizzati o meno materiali bellici con componenti radioattivi o comunque potenzialmente pericolosi.

Ma la cosa che potrebbe apparire ancor più sconvolgente, riflettendo bene su quello che é riportato nella relazione, è il fatto che la mancanza di informazione non fosse derivata da un comportamento omissivo dei vertici militari bensì…dal fatto che i vertici militari responsabili del coordinamento delle missioni abbiano ammesso la scarsa conoscenza circa l’uso, in tali teatri di guerra, di armamenti pericolosi da parte dei Paesi alleati!

Quindi i nostri militari, che sono pur sempre lavoratori anche se con le stellette, sarebbero stati mandati ad operare, per la Nazione, senza avere piena cognizione dei fattori di rischio presenti nei luoghi.

Emerge, pertanto, un quadro che appare desolante, nel quale parte del territorio della Nazione o dei suoi servitori sembrerebbe sfuggire alle norme che tutelano la salute pubblica o sottostarvi in modo attenuato? I poligoni di tiro ed i siti di stoccaggio dei munizionamenti militari sembrano luoghi ove la salute di chi ci lavora e delle popolazioni limitrofe, parrebbe una variabile secondaria, asservita a misteriosi disegni strategici, evidentemente incompatibili con l’applicazione delle norme che tutelano il diritto alla salute dei cittadini? Di tutti i cittadini?

Emerge, peraltro, un quadro che lascerebbe intendere che la somministrazione dei vaccini al personale militare sia stata effettuata senza una previa indagine sulla condizione sanitaria complessiva del destinatario della profilassi?

Sul punto, nel 2010 ho partecipato alla Missione NATO in Kosovo e ricordo la riluttanza dei miei colleghi delle FF.AA. a sottoporsi, in teatro, alla vaccinazione contro la c.d. “influenza aviaria” che sembrava dovesse flagellare il già flagellato Kosovo ma della quale non si parla più da tempo.

Questo quadro d’assieme, se confermato, fa emergere una situazione desolante in cui i militari malati, e le loro famiglie, sono chiamati a lottare contro la malattia ma anche contro le resistenze al riconoscimento degli indennizzi, opposte da quell’amministrazione che prima li comanda all’estero e poi in qualche modo ne disconosce il sacrificio.

Come se non si stesse trattando, paradossalmente, di un indennizzo bensì di un profitto per le vittime.

Il documento della Commussione d’inchiesta appare, inoltre, un preciso atto di accusa nei confronti della particolare interpretazione data dal comparto militare, alla normativa sulla prevenzione e sulla sicurezza dei luoghi di lavoro, secondo un originale ma inefficiente principio di “giurisdizione domestica”.

Ed è sconvolgente leggere che non vi è stata una piena collaborazione da parte dei soggetti chiamati in causa, tant’è che la Commissione ha inteso trasmettere gli atti acquisiti, in alcuni casi, all’Autorità Giudiziaria oltre che alla Procura Militare ed alla Magistratura Contabile.

Il lavoro dell’organo parlamentare, invece, nonostante le tante polemiche, sembra esemplare per l’onestà intellettuale che lo caratterizza, per l’acutezza nelle sue conclusioni e per la bontà delle soluzioni che trovano collocazione nella proposta di legge SCANU AC 3925, che contiene i possibili correttivi che potrebbero garantire, in buona parte, un’effettiva tutela dai rischi incombenti sui lavoratori con le stellette e sui cittadini coinvolti.

La speranza è che l’indagine non resti un lavoro sterile e, che in un modo o nell’altro, trovi autorevoli conferme o sonore smentite, nell’interesse di tutti coloro che indossano una divisa, atteso che, al momento, le conclusioni alle quali è approdata la commissione parlamentare d’inchiesta sono state fortemente messe in dubbio dai vertici militari e non solo da essi.

In modo tale che il prossimo Governo ne faccia tesoro perché indossare una divisa in questo Paese troppo spesso equivale all’essere figlio di un Dio minore, anche per i limiti posti all’azione di tutela della Rappresentanza Militare e, di conseguenza, ai Rappresentanti dei Lavoratori per la sicurezza.

Contrastare applicazioni distorsive delle norme da parte delle amministrazioni di appartenenza e di chi tutela il personale è interesse dello Stato e dei suoi cittadini, perché le funzioni della difesa e della sicurezza pubblica rappresentano aspetti vitali della vita democratica, che debbono poter essere svolte con le stesse tutele previste per tutti gli altri lavoratori.

Si parla a volte del personale del comparto Difesa e Sicurezza come di lavoratori privilegiati. Affermazione lecita che però andrebbe espressa dopo aver indossato una divisa, magari in Iraq, in Kosovo o in Afghanistan o durante qualche servizio di ordine pubblico o, eventualmente, dopo aver svolto indagini penali e tributarie che ti tolgono il sonno ed anche la tranquillità.

Che vi siano delle criticità nel comparto è ben chiaro, specie a chi vi fa parte.

Per superarle c’è solo una strada: quella di un cambiamento effettivamente partecipato che può essere tale soltanto se le funzioni di rappresentanza e tutela dei lavoratori del comparto possono essere esercitate in maniera efficace, in un serio e proficuo contraddittorio con l’Amministrazione e con poteri effettivi.

La riforma della rappresentanza militare, anche alla luce delle deliberazioni della CEDU in tema di diritti sindacali non è più rinviabile.

Essa è la strada obbligata per garantire una tutela effettiva dei diritti dei lavoratori delle FF.AA. e FF.PP. e per apportare quei cambiamenti necessari nel mondo con le stellette che facciano comprendere ai cittadini che quelli che possono essere percepiti come privilegi sono solo dei giusti indennizzi per una scelta di vita che richiede una dedizione particolare.

Altrimenti si corre il rischio di fare la fine del Titanic dove tutto era apparentemente perfetto, tanto che l’orchestra continuò a suonare fino al naufragio….

*Fabio Piccolo

Delegato Co.I.R. per gli Istituti di Istruzione della GdF

e Segretario Nazionale Associazione Sicurezza CGS

 

Lascia un commento