La difesa è sempre Legittima? Qual è il ruolo dello Stato nella tutela della vita umana? Avv. Manuel Sarno

 

Questi sono alcuni degli interrogativi che si stanno affrontando in Italia soprattutto a riguardo del significato e del valore della legittima difesa.

Si tratta di un tema etico e politico fondamentale, ma non possiamo pensare che riguardi il singolo essere umano, in quanto si tratta in primis del significato che assume la tutela della vita umana, propria ed altrui. Qualsiasi soluzione si voglia proporre implica una precisa idea di Stato ed apre il confronto di idee su quale sistema si voglia percorrere.

Nel merito bisogna essere molto chiari, poiché la questione è molto controversa: il dibattito sulla legittima difesa è un tema proprio di uno Stato di diritto nelle moderne democrazie occidentali.

Non bisogna però farsi trascinare dall’emotività degli episodi drammatici, pervasa da una sensazione di paura e di insicurezza, che non consentirebbe un dibattito sereno sull’argomento.

Dal mondo classico ai tempi moderni sono trascorsi secoli di storia da cui dovremmo imparare a non commettere, o almeno a non ripetere, quegli errori irreparabili che spazzerebbero ogni conquista di civiltà.

Nel dibattito infuocato tra chi afferma che la difesa sarebbe sempre legittima, chi ritiene la proprietà privata inviolabile, chi rincorre la scelta di armarsi, si attende con grande aspettativa la scelta su cui il Parlamento verrà chiamato a pronunciarsi, senza però coinvolgere gli operatori della giustizia e della sicurezza.

Ecco perchè abbiamo scelto di raccogliere ogni utile suggerimento sul tema, in modo da contribuire in modo costruttivo ad una serena discussione e aprire ogni riflessione possibile, prima che si compiano seri danni al nostro sofferente stato di diritto.

Ho chiesto quindi all’Avv. Manuel Sarno, giurista e docente universitario, autore insieme al fratello Avv. Franz Sarno del libro “L’evoluzione della legittima difesa – Ed. Giuffrè 2008″, un suo contributo di pensiero sul tema.

Accogliendo con grande piacere la pubblicazione del presente articolo, si auspica di poter essere di ausilio alle scelte politiche che si andranno ad adottare in questa o nella prossima legislatura, aprendo un dibattito tra tutti coloro che liberamente faranno pervenire le loro collaborazioni.

Guglielmo Picciuto – Segretario Nazionale


E’ ben vero che il Legislatore ci ha abituato, perlomeno a noi “addetti ai lavori”, ad una cadenza serrata degli interventi sul codice penale e sul processo caratterizzati, va detto, da una tecnica normativa non sempre impeccabile: basti pensare, per limitarsi alle ultime settimane, ai disegni di legge presentati o votati su contrasto al cyberbullismo, omicidio di identità, reato di tortura e, naturalmente, quello sulla estensione dei limiti della legittima difesa.

Un tema annoso quest’ultimo, se è vero che le prime istanze di modifica della disciplina – provenienti da una collettività allarmata per il diffondersi delle aggressioni predatorie nei luoghi di abitazione isolati – risalgono ad inizio millennio ed hanno prodotto una novella inoculata nel sistema con la l. 59/2006 che solo apparentemente (verrebbe da dire: per fortuna) ha ampliato il perimetro delle reazioni lecite che a seguire gli umori della piazza dovrebbe, invece, essere assai più ampio sino a consentire la facoltà di risposta armata a prescindere dalla reale entità del pericolo e della natura del bene messo a rischio dall’aggressore: meramente economico piuttosto che la vita, l’integrità fisica o la libertà sessuale.

Nella consapevolezza di essere meno popolare (o, forse, meno populista) chi scrive è dell’opinione che la disciplina della legittima difesa, così come costruita dal Codice Rocco nella sua originaria formula fosse immune da censure, anzi, frutto di una dottrina penalistica pienamente condivisibile e come tale presa a modello da altri ordinamenti: perfettamente equilibrata nello stabilire la necessità di proporzione e bilanciamento tra diritti messi in pericolo e livello di sacrificio riservato all’offensore; a tacer del fatto che la lettura sinottica dell’art. 52 con altri principi e disposizioni di parte generale del codice penale comporta la configurabilità della legittima difesa putativa o dell’eccesso colposo in tal modo limitando notevolmente l’area di punibilità ovvero la dosimetria della pena.

Il primo è il caso in cui lo stato di pericolo anziché essere esistente nella realtà è supposto sulla scorta di una errata valutazione, peraltro giustificata, dal contesto concreto che ingeneri la ragionevole convinzione circa la necessità di una difesa, mentre il secondo corrisponde al caso in cui la reazione dell’aggredito non rispetti la proporzione con l’ offesa per aver colpevolmente male inteso il suo livello di gravità. eccedendo, appunto, i limiti che la renderebbero legittima.

Nondimeno, una collettività nella quale la percezione di uno stato di pericolo permanente non disgiunto dalla considerazione che molti autori di episodi anche gravi godano di una impunità sostanziale, il bisogno di retribuzione diffuso hanno animato il dibattito anche in sede politica con la richiesta pressante di una implementazione della facoltà di autodifesa.

Il modello di riferimento, in quest’ottica è sempre quello degli Stati Uniti con richiamo fuorviante alla Costituzione di quel Paese che al secondo emendamento garantisce il diritto di possedere armi e, ovviamente, di farne uso per difendersi la cui interpretazione estensiva è inapplicabile per la ontologica differenza con tradizioni trasformatesi in canoni costituzionali e di un modo di intendere la legittima difesa sensibilmente diverso da quello che ha elaborato e metabolizzato il nostro sistema del quale, ora, è giusto temere e prevenire una trasformazione degradante tramite l’ avanzamento eccessivo dei limiti di liceità nella autotutela che sconfini in un utilizzo disinvolto delle armi a salvaguardia anche di meri beni patrimoniali.

 Il richiamo, come si è accennato è fuorviante perché la tradizione nordamericana trae origine dalla inconfutabile evidenza che, a far tempo dai primi insediamenti di coloni in territori molto estesi e non presidiati vi era una assenza dello Stato che produceva l’iniquità della violenza.

Non si trattava, quindi, di un’ incapacità di applicare la legge quanto di un’ assenza di legge e al cittadino dovevano essere forniti gli strumenti per fronteggiare una simile situazione.

Posto che il nostro è uno Stato di Diritto nel quale le Forze dell’Ordine, anche a dispetto di carenza di risorse e di uomini, sono operative su tutto il territorio e ciò comporta l’errore del procedere dialettico dei fautori di una legittima difesa ad ampio spettro ipotizzando che  non vi siano  più i limiti imposti dallo Stato all’individuo, ma quelli imposti dal cittadino allo Stato trasformando il  quesito iniziale da: “fin dove l’aggredito può reagire?” a quello simmetrico :” fin dove lo Stato può sanzionare?”.

Per essere ancora più chiari: si revoca in dubbio che lo Stato abbia il diritto di punire la reazione a un crimine che Lui, Stato, non è riuscito a impedire e ci si interroga, dunque se sia giusto processare un cittadino vittima dell’incapacità collettiva a prevenire il crimine, vittima cioè di una presunta “inadempienza contrattuale”.

In realtà giustizia è anche e soprattutto chiarire se non vi sia stato sacrificio della vita o della incolumità personale (anche del peggiore dei criminali) che non sia giustificato dalla estrema necessità di tutelare beni di pari rango costituzionale; e i processi si fanno non solo per condannare, si celebrano per fare chiarezza su un accadimento e solo quando è necessario nei casi in cui ricorra una causa di giustificazione che, emersa già nel corso delle indagini, non possa condurre direttamente ad un’archiviazione.

Fatte queste premesse, qualche parola deve essere spesa a commento del disegno di legge di modifica dell’articolo 52 del codice penale di recente approvazione alla Camera cui si è fatto riferimento in esordio e che, immediatamente ha suscitato vivaci critiche anche da parte di autorevoli esponenti del Senato cui è stato trasmesso per quanto di competenza.

Per vero, le perplessità suscitate sono molteplici, mentre un opinione pubblica confusa plaude a quella che sembra essere una legittimazione assoluta all’uso delle armi in tempo di notte, ingenerando pericolose interpretazioni che potrebbero avere nefaste conseguenze immediate.

E dunque: se un ladro viene sorpreso mentre sta facendo una breccia nel muro e viene colpito e muore non vi è vendetta di sangue. Ma se il sole si è già alzato su di lui, a suo riguardo vi è vendetta di sangue.

Non è, anche se potrebbe sembrare, il testo del comma aggiunto all’art. 52 del codice materiale, bensì un passo delle Scritture (Esodo, 22, 1-2) in ordine alla legittima difesa, tema antico per la sua intima connessione con i principi fondanti di diritto naturale.

Passando, invece, ad una disamina del disegno di legge in parola, con una disciplina disordinata e – come visto – disorientante, il legislatore al fine di contrastare le intromissioni nel domicilio che diano la percezione di una messa in pericolo di beni primari è intervenuto con un ulteriore arricchimento definitorio del codice penale dopo l’esperienza, pasticciata e sostanzialmente superflua, della novella del 2006 alla quale, pure si è alluso.

La qualità della tecnica normativa non sembra, tuttavia, essere migliorata: tutt’altro.

La nuova formula del secondo comma dell’art. 52, invero, mediante il richiamo alla applicazione congiunta dei criteri dettati dal primo nulla immuta rispetto al passato, fermo restando il rischio di innescare una spirale di violenza tra aggrediti ed aggressori nelle ipotesi di introduzione clandestina nelle private dimore, a causa di una malintesa interpretazione del richiamo al tempo di notte. Criterio, quest’ultimo che si presta in ogni caso a molteplici variabili ermeneutiche.

Nel testo licenziato dalla Camera non vi è, dunque, una presunzione assoluta di liceità della reazione permanendo la necessità di valutare il bilanciamento tra beni tutelati, tra percezione della pericolosità dell’offesa e reazione. La considerazione che può offrirsi con un aggettivo all’addendo disciplinare oscilla tra l’inutile ed il pericoloso.

Non diverso è il giudizio che deve darsi della interpolazione proposta all’art. 59 del codice penale, laddove si esclude anche l’ipotesi di eccesso colposo allorché l’errore è conseguenza di un grave turbamento psichico della vittima causato dalla persona contro cui è rivolta la reazione posta in essere in situazioni comportanti un pericolo attuale per la vita, l’integrità fisica, la libertà personale o sessuale.

A tacer del fatto che quella sottesa dalla modifica proposta altro non sarebbe che un’ipotesi di legittima difesa putativa già contemplata dall’ordinamento, la norma così strutturata propone criticità non indifferenti dal punto di vista della allegazione probatoria imponendo la verifica a posteriori di una condizione psichica transeunte e qualificata dalla gravità: con l’effetto da un lato di rendere più complessa (con incombenti tecnici a contenuto empirico) la difesa – cui nelle cause di giustificazione incombe l’onere della prova – dall’altro di estendere il perimetro di libero apprezzamento del giudicante. Il tutto con il rischio, se la prova a discarico dovesse fallire e l’interpretazione offerta “a caldo” sia corretta, di passare nella peggiore delle ipotesi dalla fattispecie colposa di legittima difesa a quella di omicidio doloso. Nella migliore, anche in questa occorrenza, nulla cambierebbe rispetto a quanto già previsto dalla legge ed alla sua maggioritaria interpretazione in tema di cause di esclusione della responsabilità penale.

Quanto alla disposizione finale relativa al trasferimento allo stato degli oneri economici derivanti dalla assistenza legale nei casi in cui sia, infine, riconosciuta la legittima difesa a tacer di altri aspetti opinabili può, al momento, dirsi che la disposizione è di sospetta coerenza costituzionale determinando un trattamento dispari rispetto ad altri soggetti indagati o imputati cui sia stata riconosciuta una causa di giustificazione.

Tant’è: ennesimo esempio di diritto penale simbolico, volto a soddisfare la pancia dell’opinione pubblica alimentando quel consenso di cui la politica si nutre e che non risiede – a regola – nei argomenti che attengono alla giustizia quanto piuttosto alla sicurezza.

Vedremo quale sarà il destino di questo disegno di legge al Senato e – se del caso – si tornerà in argomento anche se la speranza – almeno di chi scrive – e che non se ne senta più parlare.

                                                                                                          Avv. Manuel Sarno

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